Il governo indiano ha avviato un confronto diretto con alcuni dei più grandi colossi tecnologici mondiali — Google, Xiaomi e Apple — avanzando una richiesta destinata a far discutere: l’accesso al codice sorgente dei sistemi operativi utilizzati sui dispositivi venduti nel Paese.
Una mossa che si inserisce in un contesto globale sempre più teso sul tema della sovranità digitale, della sicurezza nazionale e del controllo delle infrastrutture tecnologiche critiche.
Perché l’India vuole il codice sorgente
Secondo le autorità indiane, la richiesta nasce da preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. Smartphone e dispositivi connessi sono ormai strumenti centrali nella vita quotidiana, ma anche potenziali vettori di spionaggio, raccolta dati non autorizzata e vulnerabilità informatiche.
In particolare, Nuova Delhi teme che:
- Backdoor software possano essere sfruttate da governi stranieri o attori ostili
- Aggiornamenti di sistema possano introdurre modifiche non verificabili
- Dati sensibili di cittadini e istituzioni possano essere trasferiti o analizzati fuori dal controllo statale
L’obiettivo dichiarato è poter verificare in modo indipendente che i sistemi operativi — come Android, iOS e le versioni personalizzate usate da produttori come Xiaomi — non contengano funzionalità dannose o non dichiarate.
La risposta dei colossi tecnologici
La reazione delle aziende coinvolte è stata fredda e prudente, se non apertamente contraria.
- Google ha ribadito che Android è in larga parte open source, ma che alcune componenti critiche restano proprietarie e non possono essere condivise senza compromettere la sicurezza globale del sistema.
- Apple, storicamente molto rigida sul controllo del proprio ecosistema, ha sottolineato che consegnare il codice sorgente di iOS metterebbe a rischio la sicurezza degli utenti, facilitando exploit e vulnerabilità.
- Xiaomi ha adottato una posizione più diplomatica, dichiarandosi disponibile a collaborare con le autorità, ma senza rilasciare il codice completo dei propri sistemi.
Il punto comune è chiaro: il codice sorgente è uno degli asset più sensibili per queste aziende, sia dal punto di vista della sicurezza che della proprietà intellettuale.
Un precedente pericoloso?
La richiesta indiana solleva un interrogativo che va oltre i confini nazionali.
Se l’India ottenesse l’accesso completo al codice sorgente, altri governi potrebbero avanzare richieste simili, creando un precedente che rischia di frammentare il mercato tecnologico globale.
Le aziende temono:
- Pressioni politiche crescenti
- Rischi di fuga di informazioni riservate
- Obblighi normativi incompatibili tra Paesi diversi
Dall’altra parte, l’India rivendica il diritto di proteggere i propri cittadini e le proprie infrastrutture digitali, soprattutto in un’epoca di conflitti ibridi e cyber-attacchi.
Sicurezza contro privacy e innovazione
Il confronto tra Nuova Delhi e i giganti tech rappresenta uno dei casi più emblematici dello scontro tra sicurezza statale, privacy degli utenti e libertà d’impresa.
Al momento non è chiaro se si arriverà a un compromesso — come audit limitati o verifiche controllate — oppure a uno scontro normativo più duro.
Una cosa è certa: la partita sul controllo del software è appena iniziata, e l’India vuole giocare un ruolo da protagonista nel nuovo equilibrio tecnologico globale.
